
Sonico mondo, sonico incanto... Suoni dovunque vivi e distorti, suoni comunque docili e aperti...
Ricorda, tesoro,
la felicità non sa
cos'è l'eterno,
conosce solo
vaghi istanti
di presenza.
Ed io
ti guarderei per milioni di volte
senza mai
impararti a memoria.
E' accaduto *loading* volte
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"Afezza" è una parola bella. Una di quelle che non serve dire altro. Tu la pronunci e tutti se ne fregano se esiste o no sul vocabolario. Per questo è bella.
L'ho sentita stamani da una signora al semaforo. Era in bici come me. Una bici rosa, la sua, con cestino grande che c'entra un comomero in piedi. La mia invece è nera scrostata, un po' malmessa, col cestino che pende se ci metto la borsa, così ho l'illusione che se la lascio alla stazione la vedono brutta e non me la fregano.
La signora ed io.
Rosa e Nero.
Come allo stadio di Palermo.
Eravamo ferme entrambe, vicine, coi gomiti aperti per far sì che un invisibile (perché immaginario) alito di vento potesse portare refrigerio alle nostre ascelle. Così, viste da quelli fermi al semaforo opposto, dovevamo apparire come due calabroni in procinto di volare.
Mentre cercavamo di creare un mulinello d'aria agitando lievemente le braccia, ci siamo guardate. Lei ha sorriso. Un sorriso che si fa tra compagni di sventura, tipo nelle file davanti al casello perché, anche se te lo hanno proposto in mille modi, il telepass non lo hai messo mai.
In quel sorriso c'era tutto: il fatto che finché pedalavamo ci facevamo vento ed ora, di colpo, il semaforo rosso ci faceva avvampare ed odiare quelli fermi in auto coi finestrini chiusi (quel semaforo rosso, rosso come le nostre guance, come un cerchio ipnotico che non riesci ad evitare e lo fissi, lo fissi per un tempo interminabile); il terrore che i nostri abiti chiari tradissero il nostro liquefarci; la sensazione che tutto potesse solo peggiorare con l'imminente mezzogiorno in arrivo; la voglia che qualcuno sbucasse dal nulla a portarci un Nestea perché "Antòfacaldo".
Ma quel sorriso, sopra ogni cosa, preludeva una frase che non dimenticherò tanto facilmente.
La signora, col suo tripudio di fiori celesti su vestaglia estiva, che ha fatto?
Ha finito il suo sorriso, ha socchiuso gli occhi in un tormento che arrivava dal profondo delle sue natiche accaldate, e con voce sofferta alla "woman of constant sorrow" ha detto:
"Oh bambina, c'ho un'afezza..."
Ecco.
Due cose.
La prima, che mi ha chiamata "bambina".
Una donna da una certa età in poi ha bisogno di queste cose.
La seconda, che mi ha regalato quella parola straordinaria.
"Afezza". Che fa rima con un sacco di cose.
Non importa, ora, elencarle. Ma sono cose che ci stanno bene con l'estate. Stanno bene con questo caldo equatoriale, che quando è inverno, e il naso sembra la spia d'accensione dello scaldabagno da quanto è rosso, lo implori e quando alla fine arriva smadonni educatamente in cirillico che arrivi una brezza (la rima, la rima...) a salvarti.
Ora vado. C'ho un'afezza che non vi dico.
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Dèlf in her fuffa mood
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